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sabato 30 ottobre 2010

Casteltermini: all'ombra della croce

Era il 1629 quando al barone Gian Vincenzo Maria Termini e Ferreri, discendente da una nobile famiglia catalana trasferitasi in Sicilia ne 1209, vennero affidate le terre del feudo di Chiuddìa, dove già da tempo alcuni contadini abitavano l'antico casale arabo. Con licentia populandi del sovrano il barone fondò l'attuale Casteltermini (AG), borgo che nel passato si fece conoscere per i prodotti del locale Pastificio San Giuseppe e per una miniera di Zolfo. Oggi, che della pasta si sono perse le tracce e la soltatara sta per diventare il primo museo minerario siciliano, Casteltermini è un punto fermo per le tradizioni popolari. merito della Festa di Santa Croce, che trae origine dal ritrovamento della più antica croce lignea al mondo. A certificarlo è l'istituto internazionale per le ricerche geotermiche di Pisa, che con un'analisi al carbonio 14 ne ha fissato l'età di 2000 anni, con un margine di errore di 70 anni.
Le celebrazioni,che si tengono dal 24 al 27 maggio, sono uno stupefacente incrocio di tradizioni precristiane e cultura araba.
La festa è caratterizzata da lunghe processioni a cavallo con la partecipazione del gruppo folkloristico del tataratà: storicizzazione sotto forma di moresca (una danza che riflette il periodo arabo nell'Europa meridionale), di un rito propiziatorio eseguito dalle antiche tribù arabe.
Celebrazioni che terminano la domenica sera con una solenne benedizione effettuata con una teca dove è custodica una reliquia della madre di tutte le croci: quella usata per la morte del Cristo. La croce di Casteltermini, viene invece riposta nell'eremo di Santa Croce.  


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giovedì 5 agosto 2010

I pupi siciliani

Hanno scudo, corazza, schinieri e bracciali di latta, gonnellini di seta bordati di passamanerie intessute di filo d'oro, elmi rutilanti con celate che si possono alzare o abbassare sui volti di legno. E spade, ciondolanti al fianco nel fodero, ma che un ingegnoso sistema di funicelle consente di far sguainare, impugnare e mulinare nei duelli, che sono la sostenza dello spettacolo.
Il pubblico parteggiava per Orlando o per Rinaldo e inveiva contro il Gano di Maganza (nel linguaggio comune un gano è un traditore).
I "pupi", si sa, sono le marionette di un teatro tradizionale siciliano, l' "opera dei pupi " appunto.  Sono manovrate dall'alto con dei fili e stecche rigide dai "pupari" che prestano anche la loro voce.
La tematica è quella antichissima dei cavalieri della tavola rotonda, forse venuta in Sicilia nel bagaglio dei conquistatori normanni. ma le armature hanno un' inconfondibile impronta almeno del '500. In Sicilia con il tempo c'è stata una suddivisione in due tradizioni di pupari, quella palermitana e quella catanese.
Oggi lo spettacolo permane a Palermo in appositi teatrini, a Catania, Siracusa, Messina, Cefalù  e Acirelale.
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giovedì 10 giugno 2010

Il Cristo Lungo di Castroreale

Tra le più suggestive ed emozionanti feste popolari di tutta la Sicilia troviamo sicuramente quella del "Cristo Lungo" (U Signuri Longu) a Castroreale, un incantevole borgo medievale della provincia di Messina. La celebrazione avviene nel mese di agosto (dal 23 al 25), in onore del S.S. Crocifisso. 
Sulle origini della "vara" la tradizione narra che sarebbe stata costruita nell'agosto del 1854 quando un antico e miracoloso crocifisso fu innalzato su una lunga asta per permettere ai malati di colera (poi guariti) di vedere il passaggio dell'immagine attraverso i balconi aperti.
Un grande Crocifisso viene fissato ed innalzato su di un legno, alto 16 metri, che viene messo a piombo e fissato a sua volta ad una pesante vara lignea, del peso di tre quintali circa, che viene portata  a spalla e con passo cadenzato per le ripide viuzze della cittadina. 
Oltre ai portatori vi partecipano i cosiddetti "maestri di forcina" che con lunghe pertiche muniti di ganci coordinano i movimenti nei difficili momenti dell'alzata e dell'abbassamento del Cristo Lungo e determinano l'equilibrio costante durante la processione.
L'altezza della vara permette a tutti gli abitanti delle contrade di seguirla lungo tutto il percorso da molto lontano, poichè svetta sopra i tetti di tutte le case castrensi, con il Crocifisso che sembra benedire il paese.

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lunedì 28 dicembre 2009

Un palio per il Gran Conte - Piazza Armerina


Ogni anno, Piazza Armerina (Enna) rievoca con una festa in costume l'arrivo dei Normanni: un' occasione per visitare questo scenografico borgo.


Gli "anta" li hanno ormai superati da qualche secolo. Eppure le 10 ragazze in bikini della Villa Imperiale del Casale godono di una fama tale da suscitare l'invidia di miriadi di pin-up in costume da bagno. Sono le protagoniste di uno della serie di preziosi mosaici che, ancora oggi, fanno bella mostra di sè nella Villa Romana voluta, a cavallo tra il III e il IV sec. d.C.., da un facoltoso menbro della famiglia imperiale. Si trova sulla punta dell'ipotenusa di un virtuale triangolo rettangolo che unisce Caltanissetta, Enna e Piazza Armerina (EN). Quest'ultima è a soli 5 chilometri, e sin da lontano è riconoscibile per la sagoma del suo Duomo, che si staglia nella posizione più alta del borgo. Imponente, coronato da un'ampia cupola, la Chiesa Barocca troneggia al centro dell'omonima piazza, uno spazio scenografico sul quale affaccia anche il barocco Palazzo Trigona. Tutto intorno, in un ripido saliscendi, si snoda un intricato centro storico fatto di vicoli, palazzi rinascimentali e barocchi.
E' l'habitat che il 13 e il 14 di agosto accoglie il Palio dei Normanni, manifestazione che non ha eguali in tutta l'Italia meridionale. Tutto nasce dalla smisurata ammirazione che il popolo di Piazza Armerina ha per il Gran Conte, espressione gergale che identifica Ruggero d'Altavilla, ultimo figlio del Re normanno Tancredi. Sponsorizzato dalla Chiesa, ideologa di una grerra santa che mirava  a strappare la Sicilia agli Arabi, intorno al 1060 Ruggero, sventolando come vessillo di guerra un drappo con l'effigie della Madonna col bambino (dipinto, si dice, addirittura da San Luca), irruppe a Plutia (l'odierna Piazza Armerina).

L'odierna manifestazione rievoca le diverse fasi di questa irruzione. Il primo giorno un carosello storico ricorda l'ingresso delle truppe normanne in città e l'offerta delle chiavi al Conte Ruggero. Nel secondo si svolge il Palio o Quintana, un'avvincente giostra fra quattro strade di cinque cavalieri in costume d'epoca, rappresentanti i quattro quartieri dell'antica Plutia (Monte, Canali, Castellina e Casalotto).

Chi a Ferragosto preferisce andare al mare, anche se non assiste al Palio può comunque ammirare il vessillo con cui Ruggero d'Altavilla entrò in città: oggetto di culto popolare, è in custodia (e visitabile) presso la parocchia del quartiere vincitore. 

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lunedì 21 dicembre 2009

Il marranzano o scacciapensieri.


Il marranzano o scacciapensieri, è uno strumento che ha origini molto antiche, nell’antico impero romano, ma fu importato nel periodo tardo medievale nell’isola.
E’ uno strumento musicale idiofono, il cui suono cioè è prodotto dalla vibrazione del corpo stesso dello strumento.
E’ costituito da una linguetta metallica fissata su un telaio in ferro dalla forma tipica che ricorda la figura posteriore di una donna o un ferro di cavallo. La linguetta, lasciata vibrare liberamente, produce un'unica nota; si possono produrre gli armonici della nota fondamentale con il movimento delle labbra, delle guance e della cavità orale, in maniera simile alla tromba.
Utilizzato nei canti dei carrettieri, lo strumento veniva usato anche insieme alla chitarra dai cantastorie siciliani, che allietavano le giornate del popolo.
Questo strano strumento musicale è divenuto un simbolo spettacolare e tipico della Sicilia.

Lo strumento musicale si abbina agli altri strumenti tipici delle sonate folkloristiche, quali il fiscaleddu, ossia il flauto dritto a canna, u’ bummulu, il recipiente di terracotta che emmette un suono soffiandoci dentro, e trova spazio nei pezzi strumentali d’epoca in Sicilia sin dal Seicento. Solamente un buon suonatore riesce a far emettere il suono tipico, altrimenti si ottiene solamente un rumore sordo, rischiando persino di tagliarsi la lingua con la vibrazione della lamella.
Come espressione tipica della Sicilia, il marranzano viene spesso abbinato ad immagini di mafia e di malavita, sconvolgendo in maniera ingiusta il valore culturale e popolare dello strumento musicale.
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martedì 15 dicembre 2009

Lo sfilato siciliano



Lo sfilato siciliano nacque alla fine del 14° secolo nella Sicilia orientale dai ricami su rete diffusi in tutta Italia, riscosse molto successo presso i Signori in Italia.
Tali manifatture erano molto apprezzate anche dal Clero che le impiega tutt'ora per ornamenti sacri nelle chiese.
Col passare degli anni lo sfilato entrò a far parte del pregiato corredo delle fanciulle siciliane più nobili, impreziosendo i capi e la biancheria che venivano in seguito tramandati di generazione in generazione. Si diffuse soprattutto sotto il dominio arabo (specialmente a Ragusa dove vi era una colonia araba; i primi ricami erano eseguiti in stile moresco nei colori azzurro e bianco).
Solo nel dopoguerra del 1915-1918 nacquero le prime scuole di ricamo.
Lo sfilato rappresenta una tecnica di passaggio alla trina e si lavora al telaio.
Si distinguono, per il diverso modo di lavorazione lo sfilato siciliano '400 (praticato nella zona di Comiso) , '500, '700 (tipico della zona di Ragusa) e il '500 Vittoria (oggi praticamente scomparso).
Esistono diverse fasi: il disegno, la sfilatura, il ricamo.
Tradizionalmente ogni fase di lavorazione veniva eseguita da persone diverse, ognuna esperta in quella tecnica. Per prima cosa si sfila, sia nel senso dell'ordito che in quello della trama la tela, ottenendo così una "rete". Si riuniscono poi a cordoncino i fili rimasti in modo da formare un reticolato sul quale si forma il disegno, ricamando con il punto tela (lo sfilato '400) ed il punto rammendo (lo sfilato '700).
Nello sfilato siciliano '500 il disegno viene riportato sulla tela e si "sfila" il tessuto intorno.
Il lavoro è molto difficile da realizzare, richiede molta abilità, una vista ottima, molta precisione e tanta tanta pazienza.
Eseguito solamente su tessuti molto pregiati come il puro lino a trama regolare e con fili molto pregiati.
I disegni rappresentati sono davvero tanti: figure geometriche, floreali, allegoriche e servono per decorare la biancheria per la casa, le tovaglie e i paramenti sacri.
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venerdì 4 dicembre 2009

Il carretto siciliano


La storia

Il carretto siciliano nasce ai primi dell'ottocento, infatti, fino al '700 a causa dello scarso sviluppo delle strade nell'isola i trasporti si svolgevano a dorso di animali o via mare.
Nel 1778 il Parlamento siciliano fece uno stanziamento di 24.000 scudi per la costruzione di strade in Sicilia. Solo nel 1830 il governo borbonico aprì strade di grande comunicazione, le cosiddette "regie trazzere". La prima di queste fu la "regia strada Palermo-Messina montagne" che passava per Enna (allora Castrogiovanni) e arrivava a Catania.
Erano strade fatte da grossi sentieri a fondo naturale, con salite ripidissime e curve a gomito, soggette a frane e piene di fossi; fu per questi percorsi che fu creato il carretto siciliano, con ruote molto alte, per potere superare gli ostacoli delle "trazzere".

Nel 1833, il letterato francese Jean Baptiste Gonzalve de Nervo, di ritorno da un suo viaggio in Sicilia scrisse: " Specie di piccoli carri, montati su un asse di legno molto alto; sono quasi tutti dipinti in blu, con l'immagine della Vergine o di qualche santo sui pannelli delle fiancate e il loro cavallo, coperto da una bardatura ornata di placche di cuoio e di chiodi dorati, porta sulla testa un pennacchio di colore giallo e rosso". I colori giallo e rosso sono i colori della Sicilia.
Il geografo francese Eliseo Reclus, venuto in Sicilia nel 1865 per osservare l'eruzione dell'Etna disse: "A Catania, i carretti e le carrettelle non sono come in Francia, semplici tavole messe insieme, ma sono anche lavori d'arte. La cassa del veicolo posa sopra un'asse di ferro lavorato, che si curva e si ritorce in graziosi arabeschi. Ciascuna delle pareti esterne del carretto è divisa in due scompartimenti che formano due quadri. Il giallo oro, il rosso vivo ed altri colori dominano in questi quadri. Per la maggior parte sono scene religiose, ora la storia di Gesù o quella di sua madre, ora quelle dei Patroni più venerati in Sicilia, come San Giovanni Battista, Santa Rosalia o Sant'Agata.....".
Quando Guy de Maupassant, scrittore francese, nella Primavera del 1885, sbarcò a Palermo, la prima cosa che lo colpi fu proprio un carretto siciliano: "Tali carretti, piccole scatole quadrate, appollaiate molto in alto su ruote gialle, sono decorati con pitture semplici e curiose, che rappresentano fatti storici, avventure di ogni tipo, incontri di sovrani, ma prevalentemente le battaglie di Napoleone I e delle crociate; perfino i raggi delle ruote sono lavorati. Il cavallo che li trascina porta un pennacchio sulla testa e un altro a metà della schiena....Quei veicoli dipinti, buffi e diversi tra loro, percorrono le strade, attirano l'occhio e la mente come dei rebus che viene sempre la voglia di risolvere".




Otto professionisti

La realizzazione di un carretto prevedeva una complessa organizzazione del lavoro, impegnava più gruppi di artigiani con specializzazioni diverse.

I carradori e i carrozzieri sceglievano i vari legni necessari per l'impostazione e la sagoma del manufatto.
L'intagliatore plasmava le figure, scolpiva le facce delle aste, trasformava i terminali dei pioli delle fiancate in teste di donna o di " pupi ".
Il fabbro costruiva l'asse portante del carretto e le parti metalliche riccamente lavorate, i cerchioni delle ruote e gli "occhiali", cioè gli anelli che servivano per attaccare il cavallo alle aste.
Il decoratore decorava con motivi geometrici le superfici della cassa e dei davanzali.
Il pittore procedeva prima alla "indoratura" trattando con due o tre mani di colore e poi dipingeva le fiancate "i masciddara" e tutti gli spazi dove era possibile dipingere.
Tutti i personaggi erano in primo piano, la prospettiva era elementare, sicché le figure risultavano bidimensionali, il colore non aveva ombreggiature, ne sfumature, era sempre acceso con un effetto bellissimo.
Il settimo artigiano era il fonditore, egli preparava le boccole, due scatole metalliche a forma di tronco di cono incastrate nei mozzi delle ruote con una lega speciale, con un piccolo "gioco", cioè un movimento, producevano quel suono caratteristico, senza il quale il carretto non aveva nessun valore.
Infatti i compratori erano molto esigenti. I carretti, prima di essere acquistati venivano sottoposti a due controlli: alla "resa in tono" per verificare la musicalità del suono delle boccole e alla "resa in frasca" per accertarsi della buona qualità del legno.
L'ottavo e ultimo artigiano era il pellettiere, che preparava i finimenti e i pennacchi per il cavallo. I finimenti, "armiggi", erano vari: fiocchetti e frange di lana e di seta dai mille colori, piccoli specchi, nastri, piastre, borchie, sonagli, pennacchi, paraocchi, pettorali, cinghiette e poi finimenti speciali.



Curiosità


Il Carretto Catanese si distingue da quello Palermitano per alcune caratteristiche: anzitutto il colore. Il Palermitano ha decori in blu, rosso, verde su fondo giallo, nel Catanese sullo sfondo predomina il rosso. Per quanto riguarda la lavorazione, il carretto Catanese è più scolpito di quello Palermitano. Infine a livello di dimensioni quello Catanese è un leggermente più piccolo.
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